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Per introdurre il tema che l'AIAMS svilupperà nel 2017, alleghiamo di seguito due relazioni.

I mulini da guado e la riscoperta dei colori vegetali
(Intervento di Marco Fantuzzi all'Assemblea AIAMS 2017)
 
Tra tutti i coloranti vegetali il blu indaco è di certo quello che ha lasciato più tracce del suo utilizzo nel corso della storia; il valore economico, politico e simbolico che ha rappresentato per la società e per i paesi vocati in passato alla sua produzione, è ancora oggi riconoscibile. Oggi la storia del blu indaco si può considerare il punto di partenza per un ritorno alla cultura e al riutilizzo dei colori naturali.
Fin dall’ antichità in Europa il colorante blu indaco veniva ricavato dalle foglie di una pianta chiamata volgarmente guado (Isatis tinctoria). A partire dal XIII sec. il blu di guado ha rappresentato un’importantissima risorsa economica per le regioni del centro Italia, le zone del bolognese e Oltrepò Pavese, la Linguadoca in Francia e la Turingia in Germania, tanto da essere stata definito “oro blu”. Il guado è stata l’unica materia prima utilizzata per tingere i tessuti di blu per tutto il Medioevo e Rinascimento, era il blu di Piero della Francesca, il “pastel” degli arazzi di Gobelins. Poi con l’avvento dell’indaco (Indigofera tinctoria) importato dalle Indie e successivamente con la scoperta dei colori sintetici nel XX sec. il guado viene dimenticato e scompare gradualmente dalla storia.
La riscoperta del guado in Italia e in particolare nella zona del Montefeltro, si deve all'appassionante ricerca di due studiosi, Delio Bischi e Don Corrado Leonardi.
Tra gli anni “70” e “80” Bischi riscoprì nel territorio appenninico del Montefeltro numerose  macine in pietra caratterizzate da particolari scanalature, ne catalogò più di 46. Queste macine, di cui se n’era perso il vero utilizzo, venivano spesso riutilizzate come basamenti di croci davanti alle chiese o come tavoli da giardino.  
La particolarità e il grande numero delle macine ritrovate, fece  ipotizzare a Bischi l'esistenza di un fiorente commercio legato alla lavorazione di un'importante prodotto agricolo ormai dimenticato. A testimonianza di ciò, i frequenti toponimi delle località marchigiane derivati da tale attività: Campo della macina, Via della macina, Poggio della macina, ecc.
Le ipotesi di Bischi trovarono conferma in Germania nel 1992 a Erfurt, in occasione del convegno internazionale sul guado. Qui venne presentata un’antica incisione che rappresentava le stesse  macine ritrovate sul  territorio marchigiano; scoprì così che si trattava di autentiche macine da guado utilizzate per la macinazione delle foglie di guado e la successiva estrazione del pigmento blu.
Dai ritrovamenti dei mulini da guado si deve oggi parte dell’ interesse maturato in Italia sull’argomento, che ha portato tra le tante iniziative, alla nascita del Museo dei Colori Naturali di Lamoli (PU).
https://youtu.be/x1GgVvnnqME
 

Il “mulino pestasassi” di Nove, nel Veneto   
(Intervento di Nadir Stringa all'Assemblea AIAMS 2017)

Attivo dal XVIII secolo, il mulino rimane oggi il più antico superstite del suo genere in Europa. E’ una fondamentale testimonianza per la storia della manifattura ceramica e dell'artigianato artistico in generale.
Una discreta documentazione ha consentito di analizzare i suoi usi e i vari adattamenti subìti lungo gli oltre due secoli di vita. La data 1638 incisa sul camino esterno corrisponde al termine della costruzione, che anticipa di quasi un secolo la prima affermazione della manifattura ceramica nella zona: si ipotizza pertanto che inizialmente il fabbricato fosse utilizzato per altri scopi.
Nel 1791, il Magistrato alle Acque della Repubblica Veneziana, diede la concessione all'imprenditore Giovanni Maria Baccin, allora direttore della famosa manifattura novese degli Antonibon, di usufruire di una certa quantità d'acqua della roggia Isacchina, estratta dal corso del Brenta (la sorgente nasce dai laghi di Levico e di Caldonazzo, in Provincia di Trento; il fiume sfocia nell'Alto Adriatico, dopo un percorso di 174 km), allo scopo di macinare e polverizzare ciottoli di quarzo e di carbonato di calcio, facilmente reperibili nel greto del fiume, utilizzati per la preparazione della terraglie e per la macinatura delle fritte per le vernici e gli smalti.
Nel 1817 la proprietà passò alla famiglia Cecchetto, che per tutto l'Ottocento continuò la produzione di impasti e vernici per la propria manifattura fino al 1929, e per varie fabbriche del territorio novese e vicentino fino agli inizi degli anni Sessanta, per poi essere  acquisita nel 1965 dalla famiglia Stringa, attuale proprietaria, che ha curato e cura il restauro e la valorizzazione dell'intero complesso. Grazie al discreto stato di conservazione, l'opificio viene attualmente utilizzato a scopo dimostrativo ed è considerato un punto di riferimento della storia ceramica veneta, un importante monumento di archeologia artigianale e industriale.
 
Dal 27 giugno del 1991 l'intero complesso è sottoposto a tutela monumentale da parte della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici del Veneto ed è stato dichiarato di interesse particolarmente importante dal Ministero per i Beni Culturali in considerazione della sua integrità e dell’eccezionale valore documentario.
Nel 2004 il Mulino Pestasassi Baccin-Cecchetto-Stringa è stato votato tra i primi cinque “Luoghi del Cuore” nel secondo censimento nazionale del FAI, il Fondo Ambientale Italiano.
Un breve filmato, premiato tra i primi dieci su oltre mille concorrenti, è visibile su Youtube cliccando “Mulino pestasassi” o “Mulino di Nove