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Il Mulino ad Acqua
mulino acqua

Le vicende storiche del mulino azionato dall'energia idraulica nei primi secoli della sua storia sono frammentarie e ciò ha dato origine a fraintendimenti e a luoghi comuni d'ogni genere. Una parziale rilettura delle fonti storiche e delle testimonianze archeologiche si rende quindi necessaria, pur nella sua problematicità.

Innanzi tutto la locuzione "mulino ad acqua" è equivoca: essa infatti fa riferimento soltanto al fatto che il mulino è mosso dall'energia idraulica, o meglio che l'acqua genera la spinta che fa girare le macine; nessun riferimento è invece offerto sulla tipologia dei meccanismi di trasmissione dell'energia cinetica dalla ruota mossa dall'acqua alla macina superiore corrente. Infatti, benché i sistemi per generare la rotazione della macina con l'acqua siano assai vari e complessi, condizionati dai luoghi e dai tempi, tuttavia i meccanismi di trasmissione che portavano alla macinazione antica possono in sostanza essere ridotti a due diverse modalità principali: il mulino può essere azionato da una ruota d'acqua disposta orizzontalmente, dando luogo al "ritrecine"; oppure il mulino può essere mosso da una ruota d'acqua disposta verticalmente, dando luogo al "mulino ad acqua" comunemente immaginato, detto anche "vitruviano". Ora difficilmente le fonti storiche antiche o medievali indicano la tipologia dei "mulini" da esse segnalati.

Un altro problema è di individuare dove e quando sia stato realizzato il primo mulino ad acqua "vitruviano". A nostro avviso esso non può essere nato in un ambiente culturale scarso di cognizioni meccaniche, ma in un'area dove le scienze applicate, l'acqua abbondante, il rigoglio dell'agricultura e un potere efficiente "forzarono" gli ingegni a trovare un'adeguata risposta tecnica: questo sito non poteva essere altro che Alessandria d'Egitto, capitale culturale del regno ellenistico dei Tolomei.

Qui vari scienziati specialisti in meccanismi e automatismi, come il "meccanico" Ctesibio, Filone di Bisanzio e altri, avevano già nel corso del III seolo a.C. creato nella città una vera e propria scuola di ingegneria (la prima a noi nota in assoluto), in cui i sistemi di "trasmissione diretta" o "indiretta" erano ormai ampiamente sperimentati.

Lo stesso nome greco hydralétes del mulino ad acqua (anche se non è chiaramente autodichiarante) informa indirettamente che la macchina molitoria in questione proviene da un'area di lingua greca, com'era in quel tempo l'Egitto ellenistico.

D'altra parte Vitruvio, che scrive nella prima età augustea intorno agli anni 16-15 a.C., parla del mulino mosso dall'energia idraulica immediatamente dopo aver descritto alcune ruote per il sollevamento dell'acqua (timpano, ruota idraulica a cassette, noria), concludendo l'enumerazione citando da ultime (12,5,1) certe ruote costruite sui fiumi e provviste al loro perimetro di pale, che, colpite dall'acqua, le fanno ruotare per semplice spinta della corrente senza ricorrere al peso dell'uomo; subito dopo continua: "Anche i mulini ad acqua sono fatti girare su indicazione del medesimo principio idraulico...", dando chiaramente ad intendere come la nuova "macchina molitoria" non costituisse altro che una variante industriale della medesima ruota d'acqua considerata in precedenza. Insomma l'invenzione del mulino a ruota d'acqua verticale è avvenuta attraverso successivi passaggi e modifiche di ruote utilizzate in gran parte per l'irrigazione (come avveniva soprattutto in Egitto). Tuttavia è probabile che la sua diffusione sia avvenuta per gradi, prima nei regni contermini di cultura ellenistica e poi nelle rimanenti terre del mondo romano con preferenza di quelle dotate di grandi fiumi non a carattere torrentizio.

La prima e più antica menzione di un "mulino ad acqua" o hydralétes è quella del celebre geografo Strabone di Amasia nel suo famoso trattato di Geografia (XII 30) messo a punto nel 17 d.C. e negli anni successivi: egli parlando del centro urbano di Cabira nel Ponto (regione nord-orientale dell'Asia Minore) posto poco lontano dalla sua città natale, ricorda che qui "erano stati realizzati" il palazzo reale di Mitridate VI Eupatore (salito al trono negli anni 121-119 e morto nel 63 a.C.), il "mulino ad acqua", il serraglio per le bestie, le vicine riserve di caccia, e infine le miniere, tutte realizzazioni distinte l'una dall'altra, che porterebbero a considerare l'hydralétes un manufatto a sé stante, forse a ruota verticale, costruito in piena prima metà del I secolo a.C., ma in area periferica del mondo greco (e quindi con un presumibile ritardo di innovazione tecnologica).

Di carattere poetico e d'intonazione moralistico-sociale è pure l'immancabile citazione del mulino ad acqua (considerato come strumento di liberazione servile) nel celebre epigramma dell'Anthologia Palatina (IX, 418), attribuito a Antipatro di Tessalonica e databile forse nel 5 a.C. (comunque in piena età augustea). In esso la dea Cerere, che fino allora si era servita delle mani delle donne per macinare il grano, ordinerebbe ora alle Naiadi (ninfe delle fonti, dei fiumi e, in genere, delle acque) di sostituire le povere schiave nel lavoro, slanciandosi fino alla sommità di una ruota: questa finirà per girare attorno al proprio asse, il quale, provvisto di "raggi", azionerà con forza la macina. Sotto il profilo storico è interessante notare come le Naiadi (cioè l'acqua) giungano alla ruota d'acqua, "per di sopra", quasi che il poeta facesse riferimento a un mulino mosso da una ruota verticale e non da una ruota orizzontale.

Che la nuova macchina molitoria ad acqua non avesse eliminato, ma soltanto convivesse con la mola asinaria o con quella a mano, è pure provato dalla frequente presenza di quest'ultime a Pompei. Comunque questa preminenza dei vecchi sistemi di macinazione già nella seconda metà del I secolo d.C. sembrerebbe incrinata. Plinio il Vecchio (nat. hist. 18,97), che scrive fra il 50 e il 70 d.C., afferma infatti come ai suoi tempi per la macinazione del grano la maggior parte d'Italia adoperasse o il nudo pestello, o ruote fatte girare dall'acqua (quas aqua verset) e soltanto occasionalmente le macine tradizionali.

Appare ormai sicuramente provato anche dagli scavi archeologici, che Roma, già in età imperiale e probabilmente nel corso del II secolo d.C. abbia cominciato a dotarsi di mulini ad acqua scegliendo il colle Gianicolo sulla sponda destra del Tevere, come una delle sedi preferite dai mugnai che qui misero in azione gran parte dei loro mulini ad acqua. Procopio di Cesarea nella sua celebre opera, nota come Guerra Gotica (un conflitto tra Bizantini e Goti durato fra il 535 e 553 d.C. e al quale egli partecipò come addetto alla persona del grande generale bizantino Belisario), parlando appunto di tale colle (Bell. Goth. 1,19), afferma che su esso "anticamente" erano stati edificati "tutti i mulini della città", dato che qui era stato portato, fino alla sommità del Gianicolo, l'Acquedotto di Traiano (109 d.C.), facendo poi scendere lungo il pendio del colle e in possente cascata una gran quantità d'acqua. Egli poi continua affermando che, proprio per que'''''sto motivo, gli antichi Romani vollero circondare il colle e la riva del fiume con mura, affinché nessun nemico potesse mai distruggere i mulini o passare il fiume Tevere. A tale scopo avrebbero dunque costruito un ponte (cioè il Ponte Aurelio, databile nel II o III secolo, oggi nel sito del Ponte Sisto). Ultimamente, nel corso di scavi archeologici all'interno di Porta San Pancrazio (già Aurelia o del Gianicolo), nel punto più alto del colle (82 m) sono stati rinvenuti resti dei mulini appena considerati (van Buren, Stevens 1915-1916; Bell 1993).

Una situazione analoga a quella della città di Roma sembrerebbe essersi verificata anche nella Gallia meridionale, presso Arles. Qui, probabilmente ancora nel II secolo d.C., a circa 10 km a oriente della città, nel sito dell'attuale centro di Barbegal, sfruttando la pendenza di circa 30° di un colle, furono messi in opera, lungo un dislivello di 18,60 m, ben otto coppie di mulini per un totale di 16 ruote (con diametro di 2,20 m e spessore di 0,70 m): esse erano alimentate "per di sopra" dall'acqua proveniente da due acquedotti accostati. Secondo calcoli approssimativi pare che questo sistema di mulini, opera probabile di Candidio Benigno, un ingegnere del luogo, producesse in 10 ore giornaliere circa 2800 kg di farina, una quantità a livello "industriale" non solo per quei tempi (Sagui 1948; Amouretti 1992).

Comunque alcune delle prime testimonianze archeologiche di un mulino ad acqua romano (forse "a ritrecine"), quasi sicuramente opera di legionari, sono state rinvenute lungo il Vallum Hadriani in Inghilterra.

Sappiamo infatti che sotto la torre costruita sopra la spalla sinistra del Secondo Ponte sul fiume North Tyne a Chesters (ricostruito forse negli anni 207-208 d.C. ai tempi dell'imperatore Settimio Severo) vi era una doccia o canale artificiale coperto che alimentava un mulino; così pure la pila a oriente del Secondo Ponte di Willowford nella contea di Cumbria (databile forse nel periodo antoniniano, cioè intorno alla metà del II secolo d.C.) creava sul fiume Irthing una stretta, allo scopo di formare una corrente d'acqua utilizzata per azionare un mulino destinato alla macina di granaglie; un terzo mulino (ma non sul Vallum) pare infine che fosse in azione di fronte alla porta antica della città di Cirencester (Gloucestershire) nel sito del Ponte sul fiume Churn (Galliazzo 1995).

Nel III secolo d.C. la forte ripresa di mulini ad acqua sul Colle Gianicolo a Roma generò ben presto la ribellione dei proprietari dei vecchi mulini a forza animale o servile. Ma il problema ormai era diventato generale tanto che nel Digesto di Ulpiano (XXXIV 2,24), databile nel 211 d.C., appaiono precise norme sull'utilizzazione delle acque (e quindi anche sugli impianti idraulici connessi).

Passando nel IV secolo d.C. le testimonianze archeologiche e monumentali sul mulino ad acqua si fanno sempre più intense: in questo periodo l'uso delle acque per impianti molitori comincia a essere espressamente regolato da interventi legislativi. L'imperatore Diocleziano nel suo Edictum de pretiis (15,54) del 301 d.C. stabilisce il costo del mulino ad acqua (mylos hydraletikós) in 2000 denari (ma se il mulino era azionato da un cavallo 1500 denari, se da un asino 1250, quello "a mano" soltanto 250 denari), mentre sulla fine del secolo nel 395 d.C. gli imperatori Onorio e Arcadio dettano precise norme perché le acque dei mulini siano deviate senza commettere abusi (Codex Theod. XIV, XV 4).

Ma intanto sempre nel corso del IV secolo l'impiego e la diffusione del mulino ad acqua si fanno sempre più ampi: ai tempi di Costantino l'Historiarum Compendium ricorda il viaggio del persiano Metrodoros in India, dove poi avrebbe costruito alcuni mulini, strutture ancora ignorate dai Bramini; nel 325 d.C. un'iscrizione della città di Orcistus in Frigia fa riferimento a un copioso numero di aquimolae, cioè di mulini ad acqua, lungo un loro fiume (Chastagnol 1981); nell'Opus agriculturae (1,41) di Palladio Rutilio Tauro Namaziono, scrittore della Gallia vissuto negli ultimi sessant'anni del secolo, vengono citati dei mulini che sfruttavano l'acqua delle terme di una villa rurale; infine intorno al 370-371 d.C. il poeta romano Ausonio di Bordeaux nel suo idillio Mosella (v. 362-364) ricorda sul fiume Ruwer (Erubris), affluente della Mosella, le mole per il grano mosse con rapidità dalla corrente, nonché un sega idraulica per il taglio del marmo.

 

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Al medesimo secolo sembra pure appartenere il mulino di Venafro sul Tuliverno con una ruota d'acqua di circa 1,85 m di diametro, provvista di 18 pale alimentate da un acquedotto: la ruota compiva 46 giri al minuto producendo circa 150 kg di farina all'ora (Jacono 1939). Nel V secolo la presenza del mulino ad acqua continua sempre più a estendersi: nel 448 d.C. si ricorda, tra l'altro, una tra le prime testimonianze di una corporazione di mugnai, mentre nel 450 abbiamo nella Vie des péres du Juras indizi della presenza di un mulino presso religiosi (Panduri 2001). Ad Atene, nell'Agorà, nell'anno 470 d.C. veniva messo in opera un mulino poi distrutto nel 582 a seguito di un'invasione slava (Parsons 1936).

La crescita dei mulini è testimoniata con frequenza anche nel VI secolo in Cassiodoro (var. 3,31; 11,39,2), in Gregorio di Tours (Bloch 1935) e nella Lex Salica (XXII, 2).

Interessante è pure il fatto che nella Regola di San Benedetto (cap. XVI) del 540 un mulino ad acqua sia previsto all'interno del monastero.

Ancora in questo secolo incontriamo la più antica notizia di "mulino natante" per di più collegato con un ponte. È proprio un testimone oculare, colto ed esperto, cioè Procopio di Cesarea (Bell. Goth. 1,19), che si sofferma a descrivere le circostanze di tale "invenzione" dovuta a necessità. Infatti nell'anno 537, durante la guerra dei Bizantini contro i Goti, il re goto Vitige pose l'assedio a Roma e tra le prime operazioni offensive fece tagliare tutti i quattordici acquedotti allora funzionanti, tra cui l'Acquedotto di Traiano che alimentava i mulini ad acqua posti sul pendio del Gianicolo, interrompendo la fornitura di farina per tutta la città di Roma. Il comandante delle armate bizantine Belisario, vedendo che era impossibile far andare i mulini anche con animali, ormai senza commestibili, escogitò un nuovo meccanismo molitorio mai visto prima: fece tendere al massimo delle funi da una riva all'altra del Tevere proprio a monte di un "ponte connesso alla cinta muraria", cioè probabilmente a monte del Ponte Aurelio nel sito dell'attuale Ponte Sisto (Galliazzo 1995), poi fece legare due barchette l'una presso l'altra alla distanza di due piedi, proprio nel punto dove la corrente dell'acqua scendeva più violenta da un'arcata del ponte; quindi in ogni barchetta pose due mole e tra queste fece installare il congegno che le faceva girare; dopo questo legò in serie altre barchette, collegandole con le altre, ma poste dietro, mettendovi dentro i consueti congegni, sicché l'impeto progressivo dell'acqua faceva girare tutte le macine una dopo l'altra: in tal modo procurò tanta farina quanta era necessaria per tutta la città di Roma. E da allora, informa sempre Procopio, i Romani continuarono a utilizzare quelle macine.

Da tutte le testimonianze finora riportate (e sono soltanto una piccola parte delle circa ottanta a noi note) appare con evidenza come sia inconsistente l'ipotesi da molti (ma non da tutti) formulata che il mulino ad acqua in età romana non abbia avuto la diffusione che meritava: in realtà essa era costosa e complessa, si adattò in vario modo ai tempi ed ebbe sviluppi altalenanti giungendo talora a esiti quasi industriali, come a Roma e a Barbegal.

Le macchine molitorie ad acqua sfruttarono corsi d'acqua e acquedotti, talora si volsero ad usi diversi da quello di mulini per cereali (frantoi, seghe idrauliche o altro): la loro convivenza con il mulino a mano o a energia animale non era poi tanto diversa da quella che si aveva fino a mezzo secolo fa in molte regioni d'Italia e d'Europa isolate o povere.

In pratica tale sviluppo del mulino ad acqua proseguì ancora nei secoli successivi: è presente nell'editto del re longobardo Rotari del 643 (capitoli149-151) e in molti siti dell'VIII secolo e del IX-X secolo, trovando un particolare incremento dall'XI al XII secolo in poi, soprattutto perché, a partire ancora dal X secolo, moltissimi signori si servirono dei loro diritti di coercizione per obbligare i propri sudditi a usare soltanto i loro mulini (esercitavano cioè il loro potere di "banno"): a tale scopo si preoccupavano pure di fare spezzare le mole a mano dei loro sudditi, garantendosi entrate sicure.

È questo un periodo in cui non c'è possedimento, castello, convento o abbazia o centro abitato posto presso un fiume che non comprendesse spesso un mulino ad acqua. Gli ordini religiosi monastici come i Cluniacensi (X secolo) e i Cisterciensi (fine XI secolo), contemplavano quasi sempre nelle loro abbazie la presenza di almeno un mulino, creando apposite cariche per il suo funzionamento e per le sue attività collaterali.

Alla fine dell'XI secolo nel 1086 Guglielmo il Conquistatore censiva in Inghilterra ben 5.864 mulini (Fink 1960; Madureri 1995) e la situazione non era molto diversa in altre aree d'Europa, soprattutto in Francia. In Italia la diffusione del mulino era notevole, soprattutto nei centri urbani retti da comunità libere: gli Statuti di numerosissimi Comuni contemplano quasi sempre una normativa riguardante i mulini, i mugnai e i loro rapporti con il territorio e la società.

D'altra parte nessuno poteva ignorare il mulino quale importante ed essenziale macchina di produzione non solo alimentare, ma anche industriale. Nei secoli successivi il mulino ad acqua (ma dal XII secolo anche quello a vento) continuò la sua funzione di macchina primaria per l'alimentazione, l'industria, le modificazioni territoriali, condizionando con la sua frequente presenza non solo il paesaggio, ma anche ogni aspetto della vita civile ed economica, attirando sempre più l'attenzione degli studiosi soprattutto, a partire dal Cinquecento, quando vennero pubblicati i cosiddetti "Teatri di macchine", che descrivevano macchine talora innovative accompagnandole spesso con illustrazioni. Fra questi ricordiamo il Ramelli (1588) con ben 19 illustrazioni di mulini (fra cui uno a vento): questi, tra l'altro, anticipando i tempi, mostra il primo sicuro esempio di mulino "a laminatoio" funzionante a mano; oppure, più tardi (nel 1607) lo Zonca che raffigura mulini di ogni tipo; per non parlare dei numerosi scritti sui mulini a vento opera soprattutto di scrittori o ingegneri fiamminghi o olandesi.

Una tale fortuna del mulino ad acqua (o a vento) venne un po' meno, ma non fu subito incrinata, nella seconda metà del XVIII secolo, quando lo scozzese James Watt costruì nel 1782 la prima motrice rotativa a vapore per mulino da grano.

Nacque così, dopo alcune incertezze, il "mulino a vapore" che nel corso del XIX secolo e ancor più nel XX secolo finì gradualmente per soppiantare (unitamente all'impiego del laminatoio) il mulino ad acqua o a vento, ormai sempre più relegato ad essere una singolare testimonianza storica del passato, monumento stupefacente di un tempo che oggi non c'è più.

Tipologie dei mulini ad acqua:

I principali meccanismi di funzionamento che portano alla macinazione sono in sostanza due: quelli del mulino a ruota orizzontale (o a ritrecine) e quelli del mulino a ruota verticale (e con quest'ultimo tipo vanno pure i mulini con "ruote pendenti" e quelli con "ruote galleggianti"). Su questi tipi possiamo trarre ulteriori esemplificazioni e integrazioni dalle didascalie delle illustrazioni e, soprattutto, dalle voci dell'annesso glossario.

Ruota idraulica orizzontale o "a ritrecine" (detto anche "previtruviano" o nordico o norvegese o scandinavo). Nella sua concezione si tratta di un mulino elementare e semplice: una piccola ruota provvista di palette perimetriche inserite o calettate verso l'estremità di un palo regolarizzato viene posta orizzontalmente entro una corrente d'acqua, mentre una macina corrente viene collegata con l'altra estremità del palo; l'acqua fa girare la ruota e con essa la macina corrente. Questa macchina molitoria "a trasmissione diretta del movimento" è di facile intuizione ed è assai probabile che proprio per questo abbia preceduto il mulino a ruota verticale (è stata rinvenuta infatti nello Jutland e in altre terre nordiche ancora in età preromana, nonché in Cina). Tuttavia tale versione "primitiva" presentava vari difetti. La ruota doveva essere relativamente piccola e quindi era provvista di scarsa energia idraulica, finendo per essere incapace di far ruotare una macina di grandi proporzioni. Era poi troppo lenta perché a un giro della ruota corrispondeva un solo giro della macina. La stessa disposizione delle palette (in verticale od oblique) non garantiva una felice e sicura rotazione della ruota stessa. La sua verticalità obbligava poi ad una macinazione in verticale e sull'acqua, creando parecchi problemi di ordine statico e funzionale (grano e farina venivano a trovarsi "sopra" la ruota). In pratica l'unico vantaggio consisteva nel fatto che costituiva l'unico mulino possibile in zone aride o montuose, o comunque attraversate da corsi d'acqua a carattere torrentizio o di modesto volume, anche se per metterlo in opera era necessario ricorrere a opportune canalizzazioni o a riserve d'acqua che garantissero un'efficiente rotazione della ruota. La soluzione definitiva a tutti questi problemi si ebbe, a quanto sembra, nel corso del Medioevo, quando la primitiva ruota d'acqua fu gradualmente sostituita con il "ritrecine".

Ruota idraulica verticale (detto anche storico o vitruviano e chiamato nel mondo greco-ellenistico hydralétes). Si tratta di un mulino, assai evoluto e "a trasmissione indiretta", che Vitruvio chiama hydraleta (ma forse si tratta di una moderna restituzione testuale) e che descrive chiaramente nel suo celebre trattato De architectura (10,5,2), dando per certo che era ampiamente noto nel I secolo a.C. In questo caso il meccanismo condizionante, che portava alla rotazione della macina, era costituito di due diversi elementi rotanti: una grande ruota con denti presso la sua circonferenza detta "lubecchio" e una piccola ruota cilindrica detta "rocchetto" o anche "lanterna" con tanti equidistanti fuselli perimetrici nel cui asse stava l'albero della macina rotante. Collegato e posto in rotazione attraverso un fuso assiale con la ruota d'acqua (situata in genere "fuori" dell'edificio molitorio), il lubecchio ad ogni giro imboccava con i suoi denti l'interspazio tra i fuselli, moltiplicando notevolmente le rotazioni del "rocchetto" e con esso quelle della macina corrente. I vantaggi di questa macchina molitoria erano notevoli: una grande energia idraulica che permetteva di impiegare macine di rilevanti proporzioni; la possibilità di far girare a volontà la macina corrente sulla macina dormiente, raggiungendo così il massimo dell'efficienza; la sua disponibilità a risolvere eventuali problemi costruttivi del mulino stesso; ed infine la sua plurifunzionalità capace di dare risposte diverse da quelle molitorie, sicché, dopo alcune opportune modifiche, al posto della macina potevano stare frantoi per le olive, gualchiere, "battiferri" o altro ancora (possibilità che peraltro si avevano pure, ma in grado minore, anche con l'introduzione delle forme più evolute di "ritrecine").